Durante il dibattito/incontro che si è svolto domenica 30 maggio (a Terra Futura), sono rimasta colpita da quanto detto da una partecipante, che potrei sintetizzare così: le parole che usiamo sono le stesse (condivisione, comunità, partecipazione, ecc.) però ciascuno di noi le interpreta in maniera del tutto personale e spesso non coincidono le ‘visioni’ che stanno dietro a queste parole ‘in comune’.

Che le parole siano ‘gusci vuoti’ è un dato interiorizzato già dall’adolescenza.  Ma mi sono fermata a riflettere su un aspetto più generale: la straordinaria presenza del prefisso eco- in moltissime parole di uso corrente.

Brevemente: la parola ecologia è, tutto sommato, di recente conio. Risale al 1866. Ad usarla per la prima volta fu Ernst Haeckel, un biologo, che unì in un solo concetto due parole greche: oikos (casa) e logos (racconto, parola; per estensione, studio).

Anche la parola economia ha al suo interno il concetto di casa, associato però alla regola, alla norma.

Nella definizione di Haeckel (“totalità delle scienze delle relazioni dell’organismo con l’ambiente, comprese tutte le condizioni dell’esistenza nella loro accezione più ampia”) c’è un aspetto spesso trascurato nel privilegiare la ‘protezione dell’ambiente’ e l’eventuale recupero degli squilibri: le relazioni.

Ecco che allora, parole come eco-abitare, eco-villaggi, eco-cohousing, eco-architettura, eco-sostenibiltà, ecc., acquisterebbero più coerenza se prendessero in esame l’aspetto delle relazioni che si vengono a creare all’interno ed all’esterno di ciascuno di questi concetti (o realtà, in molti casi), ponendo l’ascolto come parte fondativa del logos.

Così, giusto per non far diventare eco solo una riflessione di onde sonore.

Cristina Savelli

savellicristina@libero.it

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